venerdì 21 ottobre 2011

INTERVISTA A MARIANO 'CHICHO' FRUMBOLI - Parigi 30 giugno 2007

INTERVISTA A MARIANO 'CHICHO' FRUMBOLI
Parigi 30 giugno 2007

(FONTE: http://www.medialuna-tango.it/medialuna/artistiCurriculum/chicoFrumboli/chicoFrumboli.htm)

Susy:
Chicho Mariano Frumboli, che cosa pensi del ‘Tango Nuevo’? Tutti in Italia in generale pensano che tu sia il rappresentante principale di questo tipo di tango.
Chicho:
Beh, a dire il vero, so che si pensa questo, e credo che per molti io sia venuto dal nulla con questo tipo di tango, mentre invece c’è stato molto prima di questo, cioè io ballo da tredici anni, non è tantissimo per una carriera tanguera, però allo stesso tempo lo è, è molto tempo, se si pensa che in soli dieci anni, più o meno, il tango è cambiato tantissimo, tantissimo, a causa dell’arrivo, beh, l’arrivo non proprio perché c’era già da parecchio, di Gustavo Naveira, ed in seguito il connubio di Gustavo Naveira e Fabián Salas, a cui poi mi sono aggiunto anch’io, e lì è dove io più ho appreso ciò che viene definito come tango danza, diciamo a livello strutturale più che nel modo in cui si imparava e si insegnava allora un tango più coreografico. Io imparai moltissimo dall’improvvisazione, e credo che ciò sia dovuto anche ad una generazione. Entrai nel tango, io ch e vengo da un mondo legato al teatro, alla musica soprattutto, dove non ci sono molte strutture, poichè si tratta di arte, musica e teatro sono arte, ed io trovai per così dire nel tango un settore artistico, o meglio, non artistico, diciamo che in realtà vedevo il tango come un’arte. Per cui a partire dall’insegnamento che mi dato colui che considero il mio grande maestro, che sempre mi insegna qualcosa quando lo vedo e quando mi parla, Gustavo Naveira, tutto ciò che lui mi ha trasmesso mi ha aperto una gran quantità di percorsi, mi ha fatto intravedere nel tango un settore illimitato, riguardo alla struttura che stavo apprendendo, poiché non è che posi fine alle strutture, non ero certo impazzito, ma semplicemente assorbii quegli insegnamenti e li applicai ai miei propri sentimenti, poiché io volevo ballare e sentirmi libero ballando, e i movimenti che stavo imparando da loro, da Gustavo, da Fabián, mi diedero quella libertà che stavo cercando. Quindi, forse, l’evoluzione comincia in quel momento, nel momento in cui uno si sente libero in un ballo a due come il tango, con questa musica tanto particolare e che prima era tanto strutturata, tanto chiusa, senza…in realtà era molto limitata. Per cui capisco benissimo che la nuova generazione possa vedere [questo referente] in me, e non solo, ci sono infatti vari maestri come Sebastian Arce e Mariana, Fabián stesso, beh, non sono tantissimi, però ci sono anche Damian e Celine, ecco, tutti sono esempio di una nuova generazione: ad esempio Sebastian ha dieci anni meno di me, io ho dieci anni meno di Gustavo, a quanto pare la questione va di dieci anni in dieci anni, e tutta questa nuova generazione di maestri fa sì che il tango si evoluzioni. In verità l’evoluzione è in corso da molto tempo e oggigiorno è solo più evidente, ma si può dire che sia cominciata negli anni ottanta, quando Gustavo iniziò a investigare in questa direzione. Io non ho fatto altro che seguire quel cammino, seguire quegli insegnamenti e cercare di sentirmi libero ballando con tutto quello che i miei maestri mi hanno dato. L’unica cosa che però, non che vi sia contrario, ma che a volte non condivido, è il fatto che molti ad esempio iniziano a ballare il tango oggi o hanno iniziato quattro anni fa, e che hanno perso o si perdono la grande storia che il tango ha come danza. Ad esempio io fatto un’evoluzione o faccio una evoluzione del tango partendo però dalla conoscenza del tango reale, non è che ho imparato due colgadas e due volcadas e poi sono andato a ballare il tango, voglio dire che le volcadas e le colgadas è vero che le abbiamo create noi, ma sono state giustamente il risultato di una ricerca profondissima, che fa parte della nostra necessità di creazione costante in questa danza, cioè non siamo andati semplicemente a ballare ma c’è tutto uno studio, un metodo, c’è un lavoro molto profondo ed intenso dietro a ciò che oggi si può vedere. E’ per questo che io posso capire che mi vedono come uno dei referenti di ciò che va di moda come ‘tango nuevo’, anche se devo dire a proposito che io ballo da tanto ed ogni volta che vado a ballare penso che sto ballando il tango, nuovo o vecchio che sia, per me non c’è differenza, credo sia solo una questione commerciale, poiché il tango è sempre nuovo e sempre lo sarà, poiché ogni due anni, ogni tre, ogni cinque, il tango cambia e si evoluziona e sarà sempre nuovo, e sinceramente spero che continui ad essere nuovo, la prossima generazione presenterà cose ancora più strane e più libere, ed è proprio questo il cammino che noi come maestri, Gustavo, Fabián, io, e immagino anche Sebastian o Damian, vogliamo che si segua, vale a dire il cammino della libertà di questo ballo, ma senza perderne l’essenza. Ritengo anche che in tutto questo tango moderno che va di moda si perda un po’ l’essenza, e questo mi rende a volte un po’ triste, perché è un mondo incredibilmente ricco, riguardo alla musica, alla connessione con chi si balla, alla connessione con gli altri ballerini in pista, l’ambiente: per me una milonga è un evento culturale molto importante, per cui mi rende triste che si perdano, non tanto i codici, perché concordo sul fatto che i codici sono cambiati, è ovvio, siamo nel 2007 ed i codici non possono più essere gli stessi degli anni ’50, però mi piacerebbe che ci fosse un po’ più di rispetto verso questo ballo. C’è chi impara a ballare in un mese e già balla, e già insegna e fa le esibizioni o fa delle dimostrazioni o lavora in uno spettacolo o in una casa di tango. Io, ad esempio, quando ho imparato a ballare, per sette mesi andavo all’Almagro, una milonga a Buenos Aires che ha chiuso circa sette anni fa, la domenica solamente, e per quei sette mesi restavo seduto a guardare la gente ballare perché non mi sentivo né avevo il coraggio di entrare in pista e ballare e condividere quello che mi appariva come una sfera di energia che tutti ballavano ed io non potevo entrare in quel cerchio, non mi permettevo perché non mi sentivo ancora preparato. Oggi chiunque impari una volcada e una sacada già balla tango e così si perde il vuoto senz’anima, e per me è come se non fosse tango. Io posso ballare il tango nuevo o tango evoluzionato, per così dire, però partendo da una radice o una base che è il tango stesso. Questa è la mia opinione.
Susy:
Che differenza trovi fra il tango in Argentina ed il tango in Europa?
Chicho:
Mi chiedono spesso qual è la differenza fra il tango in Argentina e il tango in Europa. Io non dirò che trovo una differenza, perché se mi metto a contare le differenze sono tantissime, perché stiamo parlando di una cultura completamente diversa. Io non posso paragonare il tango in Germania col tango in Argentina, non posso paragonare il tango in Norvegia col tango in Argentina. Lo posso paragonare invece con l’Italia, ad esempio, perché in Argentina siamo tutti italiani! Posso dire chein Italia c’è un’anima tanguera un po’ più profonda che in qualsiasi altra parte d’Europa, questo lo posso affermare. Ad esempio, se io entro in una milonga in Italia, sento che sto entrando in una ‘milonga’, c’è come un ambiente di milonga, mentre in altre parti c’è un po’ un’aria da ballo sociale, è una cosa un po’ più effimera, un po’ più fredda, non c’è tanta produzione, non c’è quella cosa dell’uomo e della donna; si va a ballare, si fanno alcuni passi, ci si diverte, e poi magari si beve qualcosa. Il tango è una cosa molto più profonda, è un’avvicinamento profondo fra un uomo e una donna che non si conoscono o che si conoscono, è un momento forte che passa nella persona. Non posso comparare, né voglio giudicare, le culture. Cioè, non posso dire che in Norvegia o Germania o Danimarca o Slovenia non ballano tango. Ballano tango, ci sono anche persone che lo ballano molto bene, però credo che abbiano ancora bisogno di un po’di tempo per incontrare l’anima del tango, e non la incontreranno pensando che l’anima del tango sta a Buenos Aires, cioè il tango a Buenos Aires ha la sua anima, ma secondo me ogni paese, ogni cultura ha la sua propria anima: un norvegese dovrebbe cercare il tango, il suo tango norvegese, nella sua cultura, in Norvegia, così come un tedesco, uno spagnolo, cioè ognuno deve trovare il suo tango nella propria cultura. Il tango ha a che vedere con una questione molto profonda di emozioni, per cui noi in Argentina siamo in un terzo mondo, e passare all’Europa, in un primo mondo, dove le persone sono soffocate da altri interessi legati al lavoro, alla cibernetica e tutto il resto, e non sono rustiche come a Buenos Aires, ecco questo non consente loro di vivere veramente le proprie emozioni. Secondo me riuscire a vivere le proprie emozioni in qualsiasi paese del mondo significa entrare un po’ nel tango di ciascuno. Se si riesce a fare questo, a poter entrare dentro se stessi, allora si può trovare un tango veramente profondo, senza cercare nel movimento, i passi, ma trovare sul serio la profondità emozionale che ciascuno sente con la propria cultura. Io credo che si tratti solo di questo.

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